domenica 22 marzo 2015





A volte le storie vere iniziano da una fine. Poco importa se il tempo ha tentato invano di metterci una pezza. Certe cose affiorano ancora perché non sono mai affondate. Lo sanno bene i protagonisti di questo bel romanzo che si incontrano ( o scontrano?) per un caso quasi calcolato da un Destino imprevedibile come la natura di tutti gli uomini. Due vite, due "divise". Due vite divise, ma solo in apparenza. Restano in realtà fortemente legate dal filo rosso dell'esistenza in una narrazione fatta di Storia, di Realtà, e di Fantasia. Gli eventi scorrono sinuosi e irrequieti davanti agli occhi del lettore che spesso assiste a impennate narrative sorprendenti e incalcolabili. Certamente queste pagine sono rese vive dall'agire dei due protagonisti, ma hanno pure il valore aggiunto di un'ambientazione camaleontica e appropriata, sia che si parli di un tempo recente, sia che ci si tuffi negli anni del secondo Conflitto mondiale. Il tempo, insieme con lo spazio, diventa coordinata essenziale di un eterno ritorno colorato di storia e di anima e sfumato dalle mille luci graffianti di un Perdono forse troppo grande da capire. I fatti vengono presentati attraverso il compenetrarsi di una narrazione in terza persona e una diaristica, in prima persona.  Ciò assegna al romanzo una decisa originalità scrittoria che permette agli eventi di scavalcare i confini geografici e cronologici, pur legandoli sempre a una coerenza attendibile, terrena, reale. La cornice di questo romanzo storico infatti, è il risultato di un'attenta e profonda ricerca, frutto della puntuale competenza di chi riesce a dare voce alla storia. Autrice di questo interessantissimo romanzo è Silvia Palano. Nata a Brindisi, si è laureata in archeologia e svolge la professione di insegnante. Dopo aver lavorato in alcune scuole pavesi, si è trasferita in provincia di Milano. Questo è il suo primo romanzo, certamente non l'ultimo.
TOMBA 321. Di S. Palano

domenica 8 febbraio 2015




Lui che aveva volato. Sempre in alto. Sempre lassù. Lui che aveva trovato nel cielo la sua casa. Lui, proprio lui che si era immerso nell’aperto infinito di un cielo lontano, si sorprende a dover camminare. Coi piedi ben piantati a terra e con le mani a scalare pareti di roccia. Non lo ha deciso. Una bambina gli chiede di seguirlo. E lo fa. Come si fanno tante cose nella vita. Giuste o sbagliate che siano. Sembra una bella giornata quando la incontra. Una giornata dalla regolarità quasi in divisa, perfetta e ordinata, per stare ancora fermo a ricordare, a compiangere. Eppure parte ancora una volta verso un ignoto che non è più azzurro, ma, a tratti, addirittura nero. Sa di dover cercare la luce. Tra il fitto di un bosco o in una notte all’aperto. Cercare la luce tra le domande di una bambina. Le peggiori, perché fatte con l’immediata, disarmante armonia di chi, come i bambini, è in pace con se stesso. Questa piccola creatura diviene, nella narrazione, una presenza importante e illuminante. Anche quando, a volte, scompare. Poi ritorna. Non è mai lontana. Forse bisogna solo saperla vedere. Queste pagine sono uno scorre fluente di immagini e di dialoghi che accarezzano l’anima del lettore, strofinandosi contro la sua curiosità. La semplicità diviene forza umana e narrativa e si arricchisce, con misurata ed efficace discrezione, di mille simboli, affascinati pedine di questa scacchiera tra la natura. L’ultima mossa spetta alla bambina. È una mossa vincente. Tanto vincente da far volare ancora. Autore di questo interessantissimo volume è Luciano Dal Pont. Nato a Milano, vive a Cava Manara. Pilota d’aerei e corridore automobilistico, pubblica i suoi scritti da una decina di anni. Scritti che compariranno presto in questa rubrica.

sabato 7 febbraio 2015


 

 

È proprio così. Non c’è una sola nebbia. Ce ne sono tante. E i Pavesi lo sanno bene. Loro sanno che, quando tutto si copre di grigio, solo allora si comincia a vedere lontano. Non importa come. L’importante è che si inizi. In queste belle pagine, certe nebbie si fanno sottili, forti, incalzanti gocce di vita. Terrena e non. Perché il non visto si rivela e ci parla con la sua voce, fatta di lontano e di vicino, di altrove e di quotidiano. Come certi fantasmi sulla veranda, di cui ci si accorge, per la prima volta, senza volerlo. Eppure erano lì a dirci che una letterina in più o in meno segna il confine tra Inferno e Salvezza. Roba da poco. Gocce di nebbia. Ma fiumi di narrativa. Tutto ciò accade in questo bel volume che è una raccolta di quindici racconti brevi, secchi di retorica e umidi di emozioni che colano, senza fretta e con semplice ed efficace misura, davanti agli occhi del lettore. Tanti personaggi. Tante voci. Tempi e luoghi diversi. Ma tenuti assieme dalla salda cucitura della buona narrazione. Perché il cane Nerone o l’infermiera Marika, Dennis e Laura o Gianni Nardi, Parlano con un infinito talmente grande, da essere semplice e a portata di mano. Del resto la Storia ci insegna che concretezza e sogno non sono poi così lontani. Leggendo questo libro ci si affaccia a quindici finestre spalancate tanto verso il “chissà” quanto verso il vero. Religione, Magia e Quotidianità vanno, per una volta, sottobraccio e non si fanno guerra. Come le storie di queste, pagine sono così diverse. Ma tutte e tre hanno una cosa in comune: amano passeggiare nella nebbia. Quella nebbia che diventa faro dell’anima. Le tre amiche ci invitano a fare quattro passi con loro. Non perdiamo questa occasione. Tutto il libro è caratterizzato da una prosa piana, agevole, di immediato effetto. Capace di coinvolgere e rendere partecipi. Quasi come la nebbia su un campo arato.

Autore di questo interessantissimo volume è Davide Zardo. Nato a Milano, vive a Valle Lomellina dal 1990. Tipografo, pianista compositore, è anche giornalista, scrittore e poeta. In futuro certamente ancora presente in questa rubrica

martedì 14 ottobre 2014


Ci ha lasciati Lino Veneroni, scrittore e giornalista pavese

I suoi libri letti in Italia e all’estero
 
 

 
 

Sapere cosa dire. Sapere cosa fare. Come se fosse facile. Ma, a volte, basta allargare le braccia e sorridere, come faceva Lino Veneroni, in quelle occasioni che solo lui riusciva a creare. Non c’era presentazione di uno dei suoi libri in cui, alla fine, data la parola all’autore, mancasse un colpo di scena. E il bello è che, il grande Lino, queste cose non le studiava. Le diceva e le faceva. E basta. Con la sua abituale, elegante semplicità. E anche noi che abbiamo avuto la fortuna e il piacere di accompagnarlo a tante delle sue presentazioni non aspettavamo altro di sentire il suo intervento. Perché quando “il Lino” prendeva la parola ce n’era per tutti. Nel bene e nel male. Lui, bravo scrittore, non scarseggiava certo di parole. Ma non le ha mai usate tutte. Adoperava solo quelle che, in quel momento, gli permettevano di esprimersi restando se stesso. Tra tante belle pagine, tra tanti bei momenti, sono convinto che l’insegnamento più genuino di Lino Veneroni sia proprio quello che mi trasmise un pomeriggio di marzo mentre, in auto, stavamo andando a fare lezione all’Unitre di Broni. Mi disse: “ Quello che c’è da dire, bisogna dirlo. Perché, se non lo dici, non stai meglio. Anzi…” E lo sapevano bene i suoi amici, quelli veri, quelli con cui si confidava e dai quali accettava confidenze. Per loro non era nuovo essere redarguiti con quella solita, decisa, severa espressione: “ Ma cosa ti salta in mente! Non è così!  Tu non devi fare questa cosa!”. E subito dopo ci si sentiva addosso il suo sorriso che rendeva quella “sgridata” fraterna, affettuosa, efficace. Efficace come la prosa dei suoi libri, fatta di parole elegantemente macchiate di quella stupenda “pavesità” di cui era innamorato. E proprio l’amore, quello vero, è stato forse il trampolino, il punto di decollo della sua letteratura. L’amore per la sua amante, la narrativa. L’amore per sua moglie Pri, il suo sogno realizzato. Lino Veneroni è stato un uomo totalmente innamorato, non solo dei suoi affetti, ma anche di tutto quello che faceva. Specialmente se lo condivideva con i suoi amici. Gigi Rognoni, suo amico fraterno, afferma: “Con il Lino ci si scambiava di tutto e di più. Non solo per sfogarci. Ma proprio per tutto. E abbiamo discusso tante volte su tante cose. Ma mai su troppe. Perché lui è sempre stato così, in qualsiasi momento e per qualsiasi cosa, coinvolgeva gli amici. Li cercava. E li trovava. Sempre.”

 Raffinato e distinto “ragazzaccio”, Lino Veneroni è sempre riuscito a vincere il tempo. Sia perché il panico gli era sconosciuto, anzi, parlando con lui, per qualunque cosa, si tornava a casa pensando che quel problema non era in fondo così irrisolvibile. Sia perché ha sempre dimostrato dieci anni di meno rispetto alla sua reale età. E non era solo una questione di apparenza. Ma anche e soprattutto di mente. E la sua è sempre stata vulcanica, fresca, piacevolmente imprevedibile. Lo si toccava con mano quando parlava dei suoi progetti letterari. Ma ancora di più quando si trattava di organizzare le cene del Sodalizio o della Barcela. “As pö pü tégnal” veniva da dire. Ed era bello così. Ed era quello che tutti ci aspettavamo: il suo entusiasmo all’opera. Lo stesso entusiasmo che riversava completamente nella sua bontà. Senza perché. Senza prezzo. Senza nulla chiedere. Il suo “esserci volentieri” è sempre stato come il suo narrare sulla carta: veniva così, spontaneo e sincero come lui. I suoi libri nascono dalla sua terra. O comunque portano lì. Senza paura di parlare dei Ricordi, che non ricopriva di un’offuscante e opprimente polvere nostalgica. Anzi, per lui sono sempre stati mattoni solidi e sereni su cui appoggiare il suo presente, su cui progettare il suo futuro. Lui, scrittore e giornalista rinomato e richiesto, non ha mai smesso di parlare il suo dialetto. Quello di Broni. Perché il dialetto sa dire tante cose. Specialmente se è il tuo, quello che ti porti dentro, quello che diventa il tuo abito preferito. L’abito della festa, scuro o chiaro che sia.

Lino Veneroni ci lascia così, come sempre, quando lo si incontra. Ci lascia con un sorriso. Perche ci ha accompagnati sempre con un sorriso. Un  sorriso che riflette speranza, amicizia e progetti. Un sorriso bello. Ciao, Lino! Arrivederci!
 
Da Il Punto, 13 ottobre 2014

lunedì 13 ottobre 2014


Lino Veneroni

 

 

Tra le tante belle cose che sono state dette su Lino Veneroni, colpisce particolarmente la definizione che Paolo Pedrazzi, delle edizioni Eumeswil, mi ha regalato pochi giorni fa: “Lino non è solo una mente vulcanica, sempre pronta a nuove idee e a mille iniziative, è soprattutto il cantore più appassionato della sua terra.”. Queste parole ritraggono benissimo l’anima e lo stile dello scrittore pavese sempre in crescita e in continua affermazione. Ogni suo lavoro ha sempre colpito nel segno, ogni suo libro è stato un successo. In un mondo in cui troppe persone si dicono scrittori senza esserlo davvero, si ha bisogno di una figura come quella di Veneroni che, con la scrittura, ci sa proprio fare.
Il cuore di ciò che scrive combacia direttamente con il suo cuore: Pavia e l’Oltrepò. La terra in cui è nato e in cui vive colora le sue pagine e riempie le narrazioni. Le colline e la città, insieme con i loro personaggi escono dai suoi brani e si raccontano, mostrando lati che solo Veneroni è capace di cogliere, presentare, valorizzare.
Personaggio eclettico, intelligente e brillante è stimato profondamente anche da illustri personaggi della cultura pavese e italiana. Non è per nulla difficile sentire elogi nei suoi confronti anche da parte di autorevoli personalità come il professor Angelo Stella, docente di Storia della Lingua Italiana presso il nostro ateneo, e dal professor Giuseppe Polimeni, che lo stesso Veneroni definisce un “giovane talento dell’insegnamento universitario”. E’ fortemente apprezzato anche da Mino Milani, che di Pavia rappresenta l’autore per antonomasia, per la sua capacità di destreggiarsi in ogni situazione. Di lui dice: “Sono tanti i motivi per i quali Veneroni mi avvince e mi piace, ma se dovessi scegliere tre aggettivi per definirlo, non esiterei: entusiasta, instancabile, convinto. Entusiasta perché sempre mosso da un passione forte e intensa verso i protagonisti di ciò che scrive; instancabile, perché sempre pronto a misurarsi, con coraggio e successo, in nuove iniziative; convinto perché consapevole del fatto che la nostra città e la nostra terra hanno, quotidianamente, mille e mille cose da raccontarci, da insegnarci, da farci gustare.”
Veneroni ha messo la sua firma accanto a quella di preziosi e validi artisti tra cui ricordiamo volentieri il pittore Malvern che ha esposto le sue opere anche alla Biennale di Venezia. I suoi disegni infatti hanno più di una volta arricchito le pagine di Veneroni, come nel caso del bellissimo e originale romanzo storico “Odiate Roma, ma diffidate di Annibale” o nel più oltrepdano “Il giullare dell’Oltrepo”.
Il suo esordio narrativo avviene nel 1997 con “Il prete nel letto…sussurri di un mediatore di matrimoni”. Già da questa prima opera si delinea in modo chiaro e inequivocabile il suo stile lineare, caratterizzato da una limpidezza equilibrata ed estremamente efficace. Si tratta di una raccolta di racconti ambientati, come è naturale che fosse, in quegli stessi luoghi che l’autore ha visto e vissuto da bambino. Anche i protagonisti incarnano queste origini e le esprimono con tutta la loro personalità. Sono storie di gente semplice narrata in una particolare fetta della loro esistenza che affrontano ognuno a suo modo, a volte con ironia e divertimento, a volte con la tragicità di un gesto estremo. Leggendo queste pagine d’esordio si gusta tutto l’entusiasmo di un narratore destinato a continuare, ad affermarsi sempre maggiormente, a riscuotere successi. Infatti tutte pubblicazioni diventano un vero e proprio evento. Basti solo pensare alle presentazioni di ogni singolo volume, appuntamenti che fanno riempire le sale e che vantano la presenza, tra gli oratori, oltre che i personaggi sopra citati, immancabili voci di questi incontri, di persone del calibro di Siro Brondoni, di Tino Cobianchi e di importanti uomini del mondo politico.
La preparazione di Lino Veneroni è direttamente proporzionale alla sua piacevolissima “verve”, alla sua simpatia, alla innata e potente capacità di catturare il lettore, di farlo appassionare e di farlo divertire. Ne sono prova i libri dedicati alle più celebri “macchiette” oltrepadane come i comici vogheresi Buzzi e Malacalza. Di loro riesce a trasmettere tutta l’energia, l’anima, il sorriso.
Un posto tutto particolare all’interno della produzione di Veneroni occupano certamente i lavori su Mario Salvaneschi, meglio conosciuto come “Il Lasaràt”. Personale amico dell’autore fin dall’infanzia, personaggio di una piacevolezza semplicemente spontanea, naturale e straripante, ha raccontato tutte le sue “Gags”, le sue battute, le sue “ingegnose trovate” che sono state messe per iscritto e raccolte in diversi volumi. Ne citiamo uno per tutti: “Il giullare del’Oltrepo… l’arte di far ridere a crepapelle”. Proprio con questo titolo si dipinge completamente , in poche, ma mirate parole, la figura di una prorompente personalità che trasforma il “far divertire” in una vera e propria arte. Certamente le cose “parlate” hanno sfumature differenti da quelle “scritte”. E l’abilità di Veneroni è stata appunto di registrare e di fermare sulla carta tutto il colore e il calore che Mario Salvaneschi regalava al suo pubblico quando, dal palcoscenico, suo vero “habitat” naturale, lo faceva ridere a più non posso.
Interessato a molteplici esperienze e a svariati argomenti, Lino Veneroni, prima di pubblicare un libro o un narrazione, ha sempre ricondotto le sue ricerche, dettagliate e precise, a un contesto ben preciso: la sua, la nostra gente. Le sue opere parlano sempre di qualcuno di noi, a volte in modo aperto e diretto, a volte di striscio con una delicata pennellata pavese, appena vista in controluce, ma capace di illuminare e di dare identità a tutta una storia. A tal proposito citiamo volentieri “Sguardi dalla collina”, uno dei suoi più vivaci romanzi, in cui, dalla consapevolezza dell’irrimediabile trascorre del tempo tra le infinite vicende anche di una sola esistenza, trapela tutto l’amore che Lino ha per la vita.
Con le sue narrazioni, Veneroni non ha dato voce solo ai paesaggi e alla gente comune, ma è anche stato capace di raccontare eccezionali personalità, come Agostino De Pretis. Nato a Stradella, uomo politico di illustre carriera, tante volte Predidente del Consiglio dei Ministri, ci viene presentato sottobraccio a un “sogno” ricorrente. E un nuovo e inaspettato angolo prezioso della sua anima emerge piano piano in una storia tutta leggere.
Veneroni è sempre presente, non solo con i suoi libri, nella realtà culturale e letteraria di Pavia e dell’Oltrepo. Il “mai quieto” Lino infatti tiene, da diversi anni, alcuni corsi presso l’UNITRE di Broni, suo paese natale. A seguire i suoi incontri sono in molti, anche perché la sua capacità di trascinare è talmente forte che chi lo ascolta non può sottrarsi dall’essere coinvolto in ogni sua idea, diventando quasi un suo coautore. Come è successo con alcuni studenti bronesi che, penna alla mano, sotto la sua guida hanno addirittura scritto un libro: “Quando Broni era il re dei paesi”.
Tra le numerose frequentazioni ricordiamo la sua amicizia con la poetessa Angiola Maria Portaluppi, e la presidenza di svariati concorsi letterari, in particolare quello dedicato all’indimenticabile amico “Lasaràt”. Un rapporto di stima e di affetto reciproci lo lega anche al professor Marziano Brignoli, eminente storico che vanta centinaia di pubblicazioni.
Di spiccate qualità intellettuali e umane, Veneroni lascia sempre un segno ovunque passi. Vuoi per la sua bravura, vuoi per la sua gradevolezza: il professor Angelo Stella lo definisce “simpatico, ma soprattutto un oltrepadano eccezionale”.Complimento, questo, che acquista ancora più valore se si pensa che a farlo, è uno juventino D.O.C. a un torinista convinto.
Ma il nostro Lino non finisce mai stupirci. E’ infatti già pronto il suo ultimo romanzo che uscirà a fine gennaio. Per l’occasione la casa editrice Eumeswil organizzerà un’intera giornata di presentazione, in collaborazione con il Comune di Stradella e con altri enti. Il titolo è, ancora una volta, accattivante, gustoso, azzeccato: “Il suono di un’idea”. E’ la storia, felicemente romanzata, di Mariano Dallapè, padre di quel meraviglioso strumento che è la fisarmonica. Davanti agli occhi del lettore scorrono le vicende di un giovanissimo ragazzo che parte verso l’avventura di un viaggio, per percorrere la strada della vita. In mezzo a tutto ciò che il mondo propone e qualche volta impone, Mariano cresce, diventa uomo, si diverte, soffre. E ogni suo passo è sempre accompagnato da un “suono”, impalpabile, ma presente, che prende forma nelle note e nella vita che la musica sa dare. Anche in queste pagine lo stile di Veneroni è inconfondibile. La sua limpidezza e l’immediata spontaneità raccontano, descrivono, disegnano e colorano le pagine di un altro bellissimo libro. Anche Paolo Conte lo ha letto e apprezzato, tanto che la prefazione porta addirittura la sua firma. Questo strumento, ricco “di poesia e di domestico mistero”, per dirla con le parole del celebre musicista, è ora un romanzo in cui musica e letteratura narrano e cantano la storia di una vita.
A Lino Veneroni diciamo grazie. Grazie di tutti i libri che ci ha regalato e di tutti quelli che ci regalerà nei prossimi anni. Ancora una volta gli auguriamo di non cambiare mai e di restare sempre così: innamorato delle sue origini e della sua gente. Tanto orgoglioso di Pavia, quanto Pavia lo è di lui.

venerdì 4 ottobre 2013


                

Città di Garlasco

Biblioteca civica “Mino Milani”

                


 

VENERDI’ 18 OTTOBRE 2013

 

alle ore 21.15 presso SALA POLIVALENTE - via SS. Trinità, 6


 

 


Un uomo chiamato Gioànn …

aneddoti breriani

 
Capitava che a volte si sentisse un profumo di tabacco. Non era di sigaretta. Poi si vedeva una pipa. O un sigaro. E dietro c'era lui. Gianni Brera si sedeva sulla sedia di legno, davanti ai suoi amici. Quelli di sempre, anche se nuovi. Finalmente Gioànn. Ma lui non era arrivato. Lui era già pronto per partire. E tutti lo seguivano. O meglio lo incitavano a continuare. Tutti insieme. E a un certo punto si parlava poco. Quasi non parlava nessuno. Perché più che parlare, c'era da fare. E allora avanti, "Mai pagural" diceva lui, mentre i suoi occhi vispi lottavano col fumo e con la nebbia di quella campagna che, amante passionale e purificatrice, amava tanto …

con ANDREA BORGHI, critico letterario

FABRIZIO LANA,  poeta dei sentimenti

GIGI ROGNONI, Pres. Circ. Cult. Barcèla

 

LINO VENERONI, l'Autore

sabato 14 settembre 2013


Intitolazione di una sala a Gianni Brera

 
Il tramonto dalla incantevole terrazza del palazzo "Bellavista" di Stradella, dove si è svolta la serata.

 

 

L’anima letteraria (e non solo) di Gianni Brera profuma ancora e sempre, con le sue parole scritte e dette, la pianura e la collina. E a fare cornice di questa eco tutta breriana ci ha pensato quel magnifico posto che è il Palazzo Bellavista di Montebruciato, ad appena una virgola da Stradella. Struttura originaria del Settecento, è stata da poco ristrutturata mantenendo ed esaltando i canoni architettonici del tempo. Così, tra una sala dedicata ad Agostino De Pretis e un’altra a Mariano Dallapè, non poteva mancare l’intitolazione del salone maggiore al principe di “Pianariva”. Così, Brera amava romanzare il nome del suo paese. La sala “Gianni Brera” infatti lo rispecchia pienamente: luminosa, schietta, ospitale. I bravissimi “colpevoli” di questa bella serata sono facilmente individuabili. Si tratta del “Circolo culturale LA BARCELA”, del “Sodalizio della Zuppa alla Pavese e dell’alborella”, dell’”Associazione Il Parco Vecchio” e dell’ A.N.I.O.C. (Associazione Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche, presieduta da Maurilio Ravazzani). Sotto la guida di Gigi Rognoni, colonna delle due prime associazioni, l’evento è stato programmato, organizzato, ma ancora prima, sognato. E come tutti i sogni belli che vedono la loro fine nella concretezza, il tutto si è realizzato nel migliore dei modi. “ La serata non solo è stata positiva e coinvolgente” dice Rognoni “ma ha segnato ancora una volta il traguardo raggiunto dalle nostre associazioni che si adoperano, con passione e con impegno, a valorizzare ciò che il nostro Territorio ci regala. Dalla tavola alla cultura.” Giuste, le parole del Presidente. Anche perché l’evento è stato un felice connubio di tradizioni e di letteratura, come spesso accade nelle terre pavesi. Tra gli ospiti, personalità illustri come il vicesindaco di Pavia Matteo Mognaschi, i coniugi Jacovozzi (Da Hildesheim, città tedesca gemellata con Pavia) delegati dal Consolato per i Gemellaggi Internazionali, il sindaco di Stradella Pierangelo Lombardi, quello di Canneto Francesca Panizzari, il sindaco di Alagna Riccardo Ferrari e il Capo della Polizia di Stradella. Non potevano mancare la presenza e il prezioso intervento di Franco Brera, figlio del grande giornalista. “Anche Gioann, sarebbe stato contento stasera” ha asserito Franco Brera, salutando gli invitati. La serata ha avuto inizio con il taglio del nastro che ha inaugurato il salone. Claudio Macchia, ideatore e artefice di questa struttura dice che “La serata è stata emozionante. Il  Bella Vista si impreziosisce con personaggi come Brera. Ringrazio le associazioni che portano a vanti il ricordo di chi fa vivo l’essere della nostra terra.  Abbiamo celebrato una sorta di “altro battesimo” di questo bel locale” Continua Macchia: “Ringrazio  mio suocero Gianmario Cassini e mia moglie Michela che mi hanno incoraggiato in questa avventura, insieme con la professionalità della CORTE PAVESE banqueting che ha in gestione il Palazzo Bellavista. La cucina di Gigi e Cristina Perinetti è sempre il nostro fiore all’occhiello.” Conclude Macchia: “Sarebbe bello trovarci ogni anno, affinché questo luogo sia un punto di partenza dalle colline a Brera, al mondo intero.”  E questo è ciò che stanno facendo le associazioni organizzatrici della serata. A Tale proposito Gigi Rognoni ribadisce: “ Il nostro territorio e la sua storia non sono un limite, ma un vero e proprio serbatoio di avventure volte verso l’esterno e pronte per essere vissute da noi e da tutti gli altri.” Paladino della Pavesità, Rognoni ha le idee ben chiare: “Bisogna partire da noi, per essere pronti ad andare lontano.” Durante la serata è stato anche presentato il volume “Un uomo chiamato Gioànn, aneddoti breriani”. Autore di questo bel libro è Lino Veneroni. Scrittore affermato in Italia e all’estero, ci regala, con la sua prosa piacevole e sottile, un Gianni Brera diverso e tutto umano, come era a tavola, tra gli amici, a caccia o a casa di chi gli ha voluto bene. Ecco allora che il grande giornalista lascia il passo all’uomo, quell’uomo che, come tutte le persone fortunate e felici, ha avuto la possibilità di inciampare nelle cose semplici e in tutto il loro valore. A suggellare la presentazione, la bella poesia scritta e recitata da Fabrizio Lana. I suoi versi compaiono in calce al volume e ben ritraggono, specchio segreto e un po’ sfacciato, il volto e l’anima di Gioànn. Così, tra cultura, tradizione e sorrisi, il passato, il presente e il futuro guardano assieme le stelle dell’Oltrepò. E non hanno paura a dire che, in fondo, la vita è bella.

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mercoledì 4 settembre 2013


Assentarsi per una manciata di minuti
 
Claudio Montini





 
Assentarsi. Andare, anche per un poco, altrove. Ma non in un “altrove” qualunque. Deve essere buono e bello. Bello da vedere, buono da gustare con gli occhi e con l’anima. Spesso i viaggi più belli si fanno stando fermi. Magari davanti alle parole che raccontano una storia fatta di eventi fantastici, ma quotidiani, ricchi di tutto, ma degni di gente semplice, all’apparenza lontani eppure così vicini alla vita da inciampare in essi. Questa bella raccolta di racconti permette proprio questo, di assentarsi per essere presenti. Lascia che il lettore si fermi e ascolti, anche per pochi istanti, preziose briciole di vita, una storia. E che condivida un brindisi speciale fatto con un “bicchiere di ricordi”. Perché, a volte, anche se le cose cambiano, gli uomini hanno sempre due grandi tasche in cui mettere e tenere tutto ciò che hanno incontrato. E l’ultima goccia è bevuta alla speranza del Futuro. Anche il Tempo gioca un ruolo fondamentale in queste pagine. Quasi un personaggio silenzioso ed eloquente, fa parlare quella Storia che passa anche per le case dei semplici e che si bagna i piedi nei nostri torrenti. Essi non sono un confine, ma lo scorrere di una narrazione capace di passeggiare nel futuro, su altri pianeti. Oppure, a sorpresa, la Storia si posa sulle labbra di una regina che è anche e soprattutto donna. Perché certe vite sono belle da raccontare, specialmente in determinati, piccoli, pregiati momenti tra preghiere, musica e numeri. In questo libro le sorprese narrative non sono offerte dalla tensione, ma dall’angolo da cui certe cose sono viste. Ed ecco che anche il “gelido” ha un calore tutto suo. È solo diverso. Non vuol dire che sia sbagliato. E per certi aspetti è proprio così. È come quando si vede un’altra alba “dalla cabina di un camion”. La prosa è pulita, scorrevole, invitante. Come i pensieri che giocano coi ricordi.


Autore di questo interessantissimo volume è Claudio Montini. Nato a Pavia, ha conseguito la maturità scientifica. Oltre a questa raccolta, ha pubblicato “Briciole di sogni nello sguardo” e “Ultima missione: sopravvivere!” presto in questa rubrica.

lunedì 1 luglio 2013

Presentata la spada di Francesco I


 
 

 
 

La spada è sempre stata l’arma per antonomasia. Brandita da soldati e da re, è ricca di simboli, di tradizioni e di potere. A cominciare dal potere di vita o di morte. Se poi a sguainarla è Francesco I, re dei Francesi, magari durante la Battaglia di Pavia del 1525, allora la lama si colora di particolarissimi significati che gettano le basi delle nostre tradizioni. Ciò non poteva certo sfuggire al “Sodalizio della Zuppa alla Pavese e dell’Alborella”, associazione nata proprio sull’eco storica e culturale di questo avvenimento. I Cavalieri del “Sodalizio” infatti, durante la loro ultima riunione, hanno presentato la “Spada di Francesco”. Si tratta di un modello, battuto da sapienti artigiani appositamente per l’occasione, che replica  la spada che i cavalieri usavano in battaglia tra la fine del XV  e il primo quarto del XVI secolo.  Inutile dire che questo oggetto racchiude e racconta non solo una fetta importantissima di storia, ma anche e soprattutto un momento di vita particolarmente intenso e avvincente. È proprio con una spada simile a questa che Francesco I, nella fase iniziale della battaglia di Pavia, abbatte con un gran fendente Ferrante Castriota, marchese di Civita Sant' Angelo, comandante della cavalleria leggera imperiale, aprendogli una profonda ferita che, partendo dalla scapola, termina addirittura allo stomaco. Questa scena, caratterizzata da un’epica violenza, è raffigurata su uno degli Arazzi fiamminghi della Battaglia di Pavia conservati nel Museo di Capodimonte a Napoli. E sembra proprio di vederlo, il “Re de li Francesi”, che avanza impetuoso e volece, seminando sangue nell’esercito nemico. Lui, già di per sé alto circa un metro e ottanta, di corportatura robusta, lanciato in sella al suo destriero, ha senza dubbio infuso un profondo e agghiacciante timore in chi tentava inutilmente di fermarlo. Tra le grida e i mille rumori della battaglia però, improvvisamente si ode anche un colpo di archibugio che colpisce e uccide il suo cavallo. L’animale muore e crolla a terra schiacciando e imprigionando la gamba sinistra del re. Subito i fanti nemici gli si avventano addosso con l’intenzione di ucciderlo, ma egli continua a brandire la spada e riesce, pur in quelle condizioni, a difendersi. Poi alcuni ufficiali spagnoli lo riconoscono, fermano i soldati e lo fanno prigioniero. Ormai catturato, Francesco si arrende ufficialmente consegnando la spada al comandante dell'esercito ispano-imperiale, Charles de Lannoy, Vicerè di Napoli. Nel riceverla, il capo dei nemici si inchina, segno di rispetto davanti al coraggio, alla forza, alla Storia.

Il modello conservato dai “Cavalieri della Zuppa Alla Pavese” è appunto depositario di questi valori

e per questo è usato nella parte più importante del cerimoniale di intronizzazione dei nuovi cavalieri. Solo quando il Gran Maestro Gigi Rognoni ha toccato tre volte con la spada l’aspirante membro, quest’ ultimo diviene a tutti gli effetti “Cavaliere del Sodalizio”. La sagoma e le misure della spada sono state portate alle mani degli artigiani dal professor Luigi Casali, affermato storico che, in base a ricerche approfondite, ha potuto fornire le esatte fattezze di ogni singola parte dell’ arma. Ci piace pensare che, Appena dopo la Battaglia di Pavia, quando Francesco I si trova nella cascina Repentita, davanti a una tazza di Zuppa alla Pavese preparata da una semplice contadina, la sua spada fosse là con lui. Magari appoggiata alla base di un muro scrostato e povero, con la punta sul pavimento. Quasi un silenzioso e dignitoso addio al suo unico padrone, al suo unico re.
 
Da Il Punto, 1 luglio 2013

 

 

 

 

sabato 27 aprile 2013

Comune di Lomello
 
VENERDI' 3 MAGGIO 2013
 
 alle ore 21
 
 
 
Un uomo chiamato Gioànn ... aneddoti breriani 
 
Incontro con l'autore
 
Lino Veneroni
 
 
 
Maurizio Ravazzani, presidente A.N.I.O.C. Pavia
 
 
presenta i relatori:
 
 

Giuseppe Piovera  Sindaco di Lomello
Massimo Granata  assessore alla Cultura
Gianfranco Magenta  Scrittore storico lomellino
Andrea Borghi  Giornalista e critico letterario
Paolo Calvi  Giornalista
Fabrizio Lana  Poeta dei sentimenti
Gigi Rognoni  Presidente Circolo Culturale La Barcèla
Lino Veneroni  L'autore