"E forse ci sono più stelle e segreti e insondabili vie tra noi, nel silenzio, che in tutto il cielo disteso al di là della nebbia." A.Pozzi
martedì 14 aprile 2015
domenica 22 marzo 2015
A volte le storie vere iniziano da una fine. Poco importa se il tempo ha tentato invano di metterci una pezza. Certe cose affiorano ancora perché non sono mai affondate. Lo sanno bene i protagonisti di questo bel romanzo che si incontrano ( o scontrano?) per un caso quasi calcolato da un Destino imprevedibile come la natura di tutti gli uomini. Due vite, due "divise". Due vite divise, ma solo in apparenza. Restano in realtà fortemente legate dal filo rosso dell'esistenza in una narrazione fatta di Storia, di Realtà, e di Fantasia. Gli eventi scorrono sinuosi e irrequieti davanti agli occhi del lettore che spesso assiste a impennate narrative sorprendenti e incalcolabili. Certamente queste pagine sono rese vive dall'agire dei due protagonisti, ma hanno pure il valore aggiunto di un'ambientazione camaleontica e appropriata, sia che si parli di un tempo recente, sia che ci si tuffi negli anni del secondo Conflitto mondiale. Il tempo, insieme con lo spazio, diventa coordinata essenziale di un eterno ritorno colorato di storia e di anima e sfumato dalle mille luci graffianti di un Perdono forse troppo grande da capire. I fatti vengono presentati attraverso il compenetrarsi di una narrazione in terza persona e una diaristica, in prima persona. Ciò assegna al romanzo una decisa originalità scrittoria che permette agli eventi di scavalcare i confini geografici e cronologici, pur legandoli sempre a una coerenza attendibile, terrena, reale. La cornice di questo romanzo storico infatti, è il risultato di un'attenta e profonda ricerca, frutto della puntuale competenza di chi riesce a dare voce alla storia. Autrice di questo interessantissimo romanzo è Silvia Palano. Nata a Brindisi, si è laureata in archeologia e svolge la professione di insegnante. Dopo aver lavorato in alcune scuole pavesi, si è trasferita in provincia di Milano. Questo è il suo primo romanzo, certamente non l'ultimo.
TOMBA 321. Di S. Palano
domenica 15 marzo 2015
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domenica 8 febbraio 2015
Lui
che aveva volato. Sempre in alto. Sempre lassù. Lui che aveva trovato nel cielo
la sua casa. Lui, proprio lui che si era immerso nell’aperto infinito di un
cielo lontano, si sorprende a dover camminare. Coi piedi ben piantati a terra e
con le mani a scalare pareti di roccia. Non lo ha deciso. Una bambina gli
chiede di seguirlo. E lo fa. Come si fanno tante cose nella vita. Giuste o
sbagliate che siano. Sembra una bella giornata quando la incontra. Una giornata
dalla regolarità quasi in divisa, perfetta e ordinata, per stare ancora fermo a
ricordare, a compiangere. Eppure parte ancora una volta verso un ignoto che non
è più azzurro, ma, a tratti, addirittura nero. Sa di dover cercare la luce. Tra
il fitto di un bosco o in una notte all’aperto. Cercare la luce tra le domande
di una bambina. Le peggiori, perché fatte con l’immediata, disarmante armonia
di chi, come i bambini, è in pace con se stesso. Questa piccola creatura
diviene, nella narrazione, una presenza importante e illuminante. Anche quando,
a volte, scompare. Poi ritorna. Non è mai lontana. Forse bisogna solo saperla
vedere. Queste pagine sono uno scorre fluente di immagini e di dialoghi che
accarezzano l’anima del lettore, strofinandosi contro la sua curiosità. La
semplicità diviene forza umana e narrativa e si arricchisce, con misurata ed
efficace discrezione, di mille simboli, affascinati pedine di questa scacchiera
tra la natura. L’ultima mossa spetta alla bambina. È una mossa vincente. Tanto
vincente da far volare ancora. Autore di questo interessantissimo volume è
Luciano Dal Pont. Nato a Milano, vive a Cava Manara. Pilota d’aerei e corridore
automobilistico, pubblica i suoi scritti da una decina di anni. Scritti che
compariranno presto in questa rubrica.
sabato 7 febbraio 2015
È
proprio così. Non c’è una sola nebbia. Ce ne sono tante. E i Pavesi lo sanno
bene. Loro sanno che, quando tutto si copre di grigio, solo allora si comincia
a vedere lontano. Non importa come. L’importante è che si inizi. In queste
belle pagine, certe nebbie si fanno sottili, forti, incalzanti gocce di vita.
Terrena e non. Perché il non visto si rivela e ci parla con la sua voce, fatta
di lontano e di vicino, di altrove e di quotidiano. Come certi fantasmi sulla
veranda, di cui ci si accorge, per la prima volta, senza volerlo. Eppure erano
lì a dirci che una letterina in più o in meno segna il confine tra Inferno e
Salvezza. Roba da poco. Gocce di nebbia. Ma fiumi di narrativa. Tutto ciò
accade in questo bel volume che è una raccolta di quindici racconti brevi,
secchi di retorica e umidi di emozioni che colano, senza fretta e con semplice
ed efficace misura, davanti agli occhi del lettore. Tanti personaggi. Tante
voci. Tempi e luoghi diversi. Ma tenuti assieme dalla salda cucitura della
buona narrazione. Perché il cane Nerone o l’infermiera Marika, Dennis e Laura o
Gianni Nardi, Parlano con un infinito talmente grande, da essere semplice e a
portata di mano. Del resto la Storia ci insegna che concretezza e sogno non
sono poi così lontani. Leggendo questo libro ci si affaccia a quindici finestre
spalancate tanto verso il “chissà” quanto verso il vero. Religione, Magia e
Quotidianità vanno, per una volta, sottobraccio e non si fanno guerra. Come le
storie di queste, pagine sono così diverse. Ma tutte e tre hanno una cosa in
comune: amano passeggiare nella nebbia. Quella nebbia che diventa faro
dell’anima. Le tre amiche ci invitano a fare quattro passi con loro. Non
perdiamo questa occasione. Tutto il libro è caratterizzato da una prosa piana,
agevole, di immediato effetto. Capace di coinvolgere e rendere partecipi. Quasi
come la nebbia su un campo arato.
Autore
di questo interessantissimo volume è Davide Zardo. Nato a Milano, vive a Valle
Lomellina dal 1990. Tipografo, pianista compositore, è anche giornalista,
scrittore e poeta. In futuro certamente ancora presente in questa rubrica
giovedì 18 dicembre 2014
lunedì 8 dicembre 2014
martedì 14 ottobre 2014
Ci
ha lasciati Lino Veneroni, scrittore e giornalista pavese
I
suoi libri letti in Italia e all’estero
Sapere
cosa dire. Sapere cosa fare. Come se fosse facile. Ma, a volte, basta allargare
le braccia e sorridere, come faceva Lino Veneroni, in quelle occasioni che solo
lui riusciva a creare. Non c’era presentazione di uno dei suoi libri in cui,
alla fine, data la parola all’autore, mancasse un colpo di scena. E il bello è
che, il grande Lino, queste cose non le studiava. Le diceva e le faceva. E
basta. Con la sua abituale, elegante semplicità. E anche noi che abbiamo avuto
la fortuna e il piacere di accompagnarlo a tante delle sue presentazioni non
aspettavamo altro di sentire il suo intervento. Perché quando “il Lino”
prendeva la parola ce n’era per tutti. Nel bene e nel male. Lui, bravo
scrittore, non scarseggiava certo di parole. Ma non le ha mai usate tutte.
Adoperava solo quelle che, in quel momento, gli permettevano di esprimersi
restando se stesso. Tra tante belle pagine, tra tanti bei momenti, sono convinto
che l’insegnamento più genuino di Lino Veneroni sia proprio quello che mi
trasmise un pomeriggio di marzo mentre, in auto, stavamo andando a fare lezione
all’Unitre di Broni. Mi disse: “ Quello che c’è da dire, bisogna dirlo. Perché,
se non lo dici, non stai meglio. Anzi…” E lo sapevano bene i suoi amici, quelli
veri, quelli con cui si confidava e dai quali accettava confidenze. Per loro
non era nuovo essere redarguiti con quella solita, decisa, severa espressione:
“ Ma cosa ti salta in mente! Non è così!
Tu non devi fare questa cosa!”. E subito dopo ci si sentiva addosso il
suo sorriso che rendeva quella “sgridata” fraterna, affettuosa, efficace.
Efficace come la prosa dei suoi libri, fatta di parole elegantemente macchiate
di quella stupenda “pavesità” di cui era innamorato. E proprio l’amore, quello
vero, è stato forse il trampolino, il punto di decollo della sua letteratura.
L’amore per la sua amante, la narrativa. L’amore per sua moglie Pri, il suo
sogno realizzato. Lino Veneroni è stato un uomo totalmente innamorato, non solo
dei suoi affetti, ma anche di tutto quello che faceva. Specialmente se lo
condivideva con i suoi amici. Gigi Rognoni, suo amico fraterno, afferma: “Con
il Lino ci si scambiava di tutto e di più. Non solo per sfogarci. Ma proprio
per tutto. E abbiamo discusso tante volte su tante cose. Ma mai su troppe.
Perché lui è sempre stato così, in qualsiasi momento e per qualsiasi cosa,
coinvolgeva gli amici. Li cercava. E li trovava. Sempre.”
Raffinato e distinto “ragazzaccio”, Lino
Veneroni è sempre riuscito a vincere il tempo. Sia perché il panico gli era
sconosciuto, anzi, parlando con lui, per qualunque cosa, si tornava a casa
pensando che quel problema non era in fondo così irrisolvibile. Sia perché ha
sempre dimostrato dieci anni di meno rispetto alla sua reale età. E non era
solo una questione di apparenza. Ma anche e soprattutto di mente. E la sua è
sempre stata vulcanica, fresca, piacevolmente imprevedibile. Lo si toccava con
mano quando parlava dei suoi progetti letterari. Ma ancora di più quando si
trattava di organizzare le cene del Sodalizio o della Barcela. “As pö pü tégnal”
veniva da dire. Ed era bello così. Ed era quello che tutti ci aspettavamo: il
suo entusiasmo all’opera. Lo stesso entusiasmo che riversava completamente
nella sua bontà. Senza perché. Senza prezzo. Senza nulla chiedere. Il suo
“esserci volentieri” è sempre stato come il suo narrare sulla carta: veniva
così, spontaneo e sincero come lui. I suoi libri nascono dalla sua terra. O
comunque portano lì. Senza paura di parlare dei Ricordi, che non ricopriva di
un’offuscante e opprimente polvere nostalgica. Anzi, per lui sono sempre stati
mattoni solidi e sereni su cui appoggiare il suo presente, su cui progettare il
suo futuro. Lui, scrittore e giornalista rinomato e richiesto, non ha mai
smesso di parlare il suo dialetto. Quello di Broni. Perché il dialetto sa dire
tante cose. Specialmente se è il tuo, quello che ti porti dentro, quello che
diventa il tuo abito preferito. L’abito della festa, scuro o chiaro che sia.
Lino
Veneroni ci lascia così, come sempre, quando lo si incontra. Ci lascia con un
sorriso. Perche ci ha accompagnati sempre con un sorriso. Un sorriso che riflette speranza, amicizia e
progetti. Un sorriso bello. Ciao, Lino! Arrivederci!
Da Il Punto, 13 ottobre 2014
lunedì 13 ottobre 2014
Tra le tante
belle cose che sono state dette su Lino Veneroni, colpisce particolarmente la
definizione che Paolo Pedrazzi, delle edizioni Eumeswil, mi ha regalato pochi
giorni fa: “Lino non è solo una mente vulcanica, sempre pronta a nuove idee e a
mille iniziative, è soprattutto il cantore più appassionato della sua terra.”.
Queste parole ritraggono benissimo l’anima e lo stile dello scrittore pavese
sempre in crescita e in continua affermazione. Ogni suo lavoro ha sempre
colpito nel segno, ogni suo libro è stato un successo. In un mondo in cui
troppe persone si dicono scrittori senza esserlo davvero, si ha bisogno di una
figura come quella di Veneroni che, con la scrittura, ci sa proprio fare.
Il cuore di ciò
che scrive combacia direttamente con il suo cuore: Pavia e l’Oltrepò. La terra
in cui è nato e in cui vive colora le sue pagine e riempie le narrazioni. Le
colline e la città, insieme con i loro personaggi escono dai suoi brani e si
raccontano, mostrando lati che solo Veneroni è capace di cogliere, presentare,
valorizzare.
Personaggio eclettico,
intelligente e brillante è stimato profondamente anche da illustri personaggi
della cultura pavese e italiana. Non è per nulla difficile sentire elogi nei
suoi confronti anche da parte di autorevoli personalità come il professor
Angelo Stella, docente di Storia della Lingua Italiana presso il nostro ateneo,
e dal professor Giuseppe Polimeni, che lo stesso Veneroni definisce un “giovane
talento dell’insegnamento universitario”. E’ fortemente apprezzato anche da
Mino Milani, che di Pavia rappresenta l’autore per antonomasia, per la sua
capacità di destreggiarsi in ogni situazione. Di lui dice: “Sono tanti i motivi
per i quali Veneroni mi avvince e mi piace, ma se dovessi scegliere tre
aggettivi per definirlo, non esiterei: entusiasta, instancabile, convinto.
Entusiasta perché sempre mosso da un passione forte e intensa verso i
protagonisti di ciò che scrive; instancabile, perché sempre pronto a misurarsi,
con coraggio e successo, in nuove iniziative; convinto perché consapevole del
fatto che la nostra città e la nostra terra hanno, quotidianamente, mille e
mille cose da raccontarci, da insegnarci, da farci gustare.”
Veneroni ha
messo la sua firma accanto a quella di preziosi e validi artisti tra cui ricordiamo
volentieri il pittore Malvern che ha esposto le sue opere anche alla Biennale
di Venezia. I suoi disegni infatti hanno più di una volta arricchito le pagine
di Veneroni, come nel caso del bellissimo e originale romanzo storico “Odiate
Roma, ma diffidate di Annibale” o nel più oltrepdano “Il giullare
dell’Oltrepo”.
Il suo esordio
narrativo avviene nel 1997 con “Il prete nel letto…sussurri di un mediatore di
matrimoni”. Già da questa prima opera si delinea in modo chiaro e
inequivocabile il suo stile lineare, caratterizzato da una limpidezza
equilibrata ed estremamente efficace. Si tratta di una raccolta di racconti
ambientati, come è naturale che fosse, in quegli stessi luoghi che l’autore ha
visto e vissuto da bambino. Anche i protagonisti incarnano queste origini e le
esprimono con tutta la loro personalità. Sono storie di gente semplice narrata
in una particolare fetta della loro esistenza che affrontano ognuno a suo modo,
a volte con ironia e divertimento, a volte con la tragicità di un gesto estremo.
Leggendo queste pagine d’esordio si gusta tutto l’entusiasmo di un narratore
destinato a continuare, ad affermarsi sempre maggiormente, a riscuotere
successi. Infatti tutte pubblicazioni diventano un vero e proprio evento. Basti
solo pensare alle presentazioni di ogni singolo volume, appuntamenti che fanno
riempire le sale e che vantano la presenza, tra gli oratori, oltre che i
personaggi sopra citati, immancabili voci di questi incontri, di persone del
calibro di Siro Brondoni, di Tino Cobianchi e di importanti uomini del mondo
politico.
La preparazione
di Lino Veneroni è direttamente proporzionale alla sua piacevolissima “verve”,
alla sua simpatia, alla innata e potente capacità di catturare il lettore, di
farlo appassionare e di farlo divertire. Ne sono prova i libri dedicati alle
più celebri “macchiette” oltrepadane come i comici vogheresi Buzzi e Malacalza.
Di loro riesce a trasmettere tutta l’energia, l’anima, il sorriso.
Un posto tutto
particolare all’interno della produzione di Veneroni occupano certamente i
lavori su Mario Salvaneschi, meglio conosciuto come “Il Lasaràt”. Personale
amico dell’autore fin dall’infanzia, personaggio di una piacevolezza
semplicemente spontanea, naturale e straripante, ha raccontato tutte le sue
“Gags”, le sue battute, le sue “ingegnose trovate” che sono state messe per
iscritto e raccolte in diversi volumi. Ne citiamo uno per tutti: “Il giullare
del’Oltrepo… l’arte di far ridere a crepapelle”. Proprio con questo titolo si
dipinge completamente , in poche, ma mirate parole, la figura di una
prorompente personalità che trasforma il “far divertire” in una vera e propria
arte. Certamente le cose “parlate” hanno sfumature differenti da quelle
“scritte”. E l’abilità di Veneroni è stata appunto di registrare e di fermare sulla
carta tutto il colore e il calore che Mario Salvaneschi regalava al suo
pubblico quando, dal palcoscenico, suo vero “habitat” naturale, lo faceva
ridere a più non posso.
Interessato a
molteplici esperienze e a svariati argomenti, Lino Veneroni, prima di pubblicare
un libro o un narrazione, ha sempre ricondotto le sue ricerche, dettagliate e
precise, a un contesto ben preciso: la sua, la nostra gente. Le sue opere
parlano sempre di qualcuno di noi, a volte in modo aperto e diretto, a volte di
striscio con una delicata pennellata pavese, appena vista in controluce, ma
capace di illuminare e di dare identità a tutta una storia. A tal proposito
citiamo volentieri “Sguardi dalla collina”, uno dei suoi più vivaci romanzi, in
cui, dalla consapevolezza dell’irrimediabile trascorre del tempo tra le
infinite vicende anche di una sola esistenza, trapela tutto l’amore che Lino ha
per la vita.
Con le sue
narrazioni, Veneroni non ha dato voce solo ai paesaggi e alla gente comune, ma
è anche stato capace di raccontare eccezionali personalità, come Agostino De
Pretis. Nato a Stradella, uomo politico di illustre carriera, tante volte
Predidente del Consiglio dei Ministri, ci viene presentato sottobraccio a un
“sogno” ricorrente. E un nuovo e inaspettato angolo prezioso della sua anima
emerge piano piano in una storia tutta leggere.
Veneroni è
sempre presente, non solo con i suoi libri, nella realtà culturale e letteraria
di Pavia e dell’Oltrepo. Il “mai quieto” Lino infatti tiene, da diversi anni,
alcuni corsi presso l’UNITRE di Broni, suo paese natale. A seguire i suoi
incontri sono in molti, anche perché la sua capacità di trascinare è talmente
forte che chi lo ascolta non può sottrarsi dall’essere coinvolto in ogni sua
idea, diventando quasi un suo coautore. Come è successo con alcuni studenti
bronesi che, penna alla mano, sotto la sua guida hanno addirittura scritto un
libro: “Quando Broni era il re dei paesi”.
Tra le numerose
frequentazioni ricordiamo la sua amicizia con la poetessa Angiola Maria
Portaluppi, e la presidenza di svariati concorsi letterari, in particolare
quello dedicato all’indimenticabile amico “Lasaràt”. Un rapporto di stima e di
affetto reciproci lo lega anche al professor Marziano Brignoli, eminente
storico che vanta centinaia di pubblicazioni.
Di spiccate
qualità intellettuali e umane, Veneroni lascia sempre un segno ovunque passi.
Vuoi per la sua bravura, vuoi per la sua gradevolezza: il professor Angelo
Stella lo definisce “simpatico, ma soprattutto un oltrepadano
eccezionale”.Complimento, questo, che acquista ancora più valore se si pensa
che a farlo, è uno juventino D.O.C. a un torinista convinto.
Ma il nostro
Lino non finisce mai stupirci. E’ infatti già pronto il suo ultimo romanzo che
uscirà a fine gennaio. Per l’occasione la casa editrice Eumeswil organizzerà
un’intera giornata di presentazione, in collaborazione con il Comune di
Stradella e con altri enti. Il titolo è, ancora una volta, accattivante,
gustoso, azzeccato: “Il suono di un’idea”. E’ la storia, felicemente romanzata,
di Mariano Dallapè, padre di quel meraviglioso strumento che è la fisarmonica.
Davanti agli occhi del lettore scorrono le vicende di un giovanissimo ragazzo
che parte verso l’avventura di un viaggio, per percorrere la strada della vita.
In mezzo a tutto ciò che il mondo propone e qualche volta impone, Mariano
cresce, diventa uomo, si diverte, soffre. E ogni suo passo è sempre
accompagnato da un “suono”, impalpabile, ma presente, che prende forma nelle
note e nella vita che la musica sa dare. Anche in queste pagine lo stile di
Veneroni è inconfondibile. La sua limpidezza e l’immediata spontaneità
raccontano, descrivono, disegnano e colorano le pagine di un altro bellissimo
libro. Anche Paolo Conte lo ha letto e apprezzato, tanto che la prefazione
porta addirittura la sua firma. Questo strumento, ricco “di poesia e di
domestico mistero”, per dirla con le parole del celebre musicista, è ora un
romanzo in cui musica e letteratura narrano e cantano la storia di una vita.
A Lino Veneroni
diciamo grazie. Grazie di tutti i libri che ci ha regalato e di tutti quelli
che ci regalerà nei prossimi anni. Ancora una volta gli auguriamo di non
cambiare mai e di restare sempre così: innamorato delle sue origini e della sua
gente. Tanto orgoglioso di Pavia, quanto Pavia lo è di lui.
martedì 25 febbraio 2014
sabato 16 novembre 2013
lunedì 21 ottobre 2013
venerdì 4 ottobre 2013
Città di Garlasco
Biblioteca civica “Mino Milani”
VENERDI’ 18 OTTOBRE 2013
alle ore 21.15 presso SALA
POLIVALENTE - via SS. Trinità, 6
Un uomo chiamato Gioànn …
aneddoti breriani
Capitava che a volte si sentisse un profumo di
tabacco. Non era di sigaretta. Poi si vedeva una pipa. O un sigaro. E dietro
c'era lui. Gianni Brera si sedeva sulla
sedia di legno, davanti ai suoi amici. Quelli di sempre, anche se nuovi.
Finalmente Gioànn. Ma lui non era
arrivato. Lui era già pronto per partire. E tutti lo seguivano. O meglio lo
incitavano a continuare. Tutti insieme. E a un certo punto si parlava poco.
Quasi non parlava nessuno. Perché più che parlare, c'era da fare. E allora
avanti, "Mai pagural" diceva lui, mentre i suoi occhi vispi lottavano
col fumo e con la nebbia di quella campagna che, amante passionale e
purificatrice, amava tanto …
con ANDREA BORGHI, critico
letterario
FABRIZIO
LANA, poeta dei sentimenti
GIGI
ROGNONI, Pres. Circ. Cult. Barcèla
LINO
VENERONI, l'Autore
sabato 14 settembre 2013
Intitolazione
di una sala a Gianni Brera
L’anima
letteraria (e non solo) di Gianni Brera profuma ancora e sempre, con le sue
parole scritte e dette, la pianura e la collina. E a fare cornice di questa eco
tutta breriana ci ha pensato quel magnifico posto che è il Palazzo Bellavista
di Montebruciato, ad appena una virgola da Stradella. Struttura originaria del
Settecento, è stata da poco ristrutturata mantenendo ed esaltando i canoni
architettonici del tempo. Così, tra una sala dedicata ad Agostino De Pretis e
un’altra a Mariano Dallapè, non poteva mancare l’intitolazione del salone
maggiore al principe di “Pianariva”. Così, Brera amava romanzare il nome del
suo paese. La sala “Gianni Brera” infatti lo rispecchia pienamente: luminosa,
schietta, ospitale. I bravissimi “colpevoli” di questa bella serata sono
facilmente individuabili. Si tratta del “Circolo culturale LA BARCELA”, del “Sodalizio
della Zuppa alla Pavese e dell’alborella”, dell’”Associazione Il Parco Vecchio”
e dell’ A.N.I.O.C. (Associazione Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche,
presieduta da Maurilio Ravazzani). Sotto la guida di Gigi Rognoni, colonna
delle due prime associazioni, l’evento è stato programmato, organizzato, ma
ancora prima, sognato. E come tutti i sogni belli che vedono la loro fine nella
concretezza, il tutto si è realizzato nel migliore dei modi. “ La serata non
solo è stata positiva e coinvolgente” dice Rognoni “ma ha segnato ancora una
volta il traguardo raggiunto dalle nostre associazioni che si adoperano, con
passione e con impegno, a valorizzare ciò che il nostro Territorio ci regala.
Dalla tavola alla cultura.” Giuste, le parole del Presidente. Anche perché
l’evento è stato un felice connubio di tradizioni e di letteratura, come spesso
accade nelle terre pavesi. Tra gli ospiti, personalità illustri come il
vicesindaco di Pavia Matteo Mognaschi, i coniugi Jacovozzi (Da Hildesheim,
città tedesca gemellata con Pavia) delegati dal Consolato per i Gemellaggi
Internazionali, il sindaco di Stradella Pierangelo Lombardi, quello di Canneto
Francesca Panizzari, il sindaco di Alagna Riccardo Ferrari e il Capo della
Polizia di Stradella. Non potevano mancare la presenza e il prezioso intervento
di Franco Brera, figlio del grande giornalista. “Anche Gioann, sarebbe stato
contento stasera” ha asserito Franco Brera, salutando gli invitati. La serata
ha avuto inizio con il taglio del nastro che ha inaugurato il salone. Claudio
Macchia, ideatore e artefice di questa struttura dice che “La serata è stata emozionante.
Il Bella Vista si impreziosisce con
personaggi come Brera. Ringrazio le associazioni che portano a vanti il ricordo
di chi fa vivo l’essere della nostra terra.
Abbiamo celebrato una sorta di “altro battesimo” di questo bel locale”
Continua Macchia: “Ringrazio mio suocero
Gianmario Cassini e mia moglie Michela che mi hanno incoraggiato in questa
avventura, insieme con la professionalità della CORTE PAVESE banqueting che ha
in gestione il Palazzo Bellavista. La cucina di Gigi e Cristina Perinetti è
sempre il nostro fiore all’occhiello.” Conclude Macchia: “Sarebbe bello
trovarci ogni anno, affinché questo luogo sia un punto di partenza dalle
colline a Brera, al mondo intero.” E
questo è ciò che stanno facendo le associazioni organizzatrici della serata. A
Tale proposito Gigi Rognoni ribadisce: “ Il nostro territorio e la sua storia
non sono un limite, ma un vero e proprio serbatoio di avventure volte verso
l’esterno e pronte per essere vissute da noi e da tutti gli altri.” Paladino
della Pavesità, Rognoni ha le idee ben chiare: “Bisogna partire da noi, per
essere pronti ad andare lontano.” Durante la serata è stato anche presentato il
volume “Un uomo chiamato Gioànn, aneddoti breriani”. Autore di questo bel libro
è Lino Veneroni. Scrittore affermato in Italia e all’estero, ci regala, con la
sua prosa piacevole e sottile, un Gianni Brera diverso e tutto umano, come era
a tavola, tra gli amici, a caccia o a casa di chi gli ha voluto bene. Ecco
allora che il grande giornalista lascia il passo all’uomo, quell’uomo che, come
tutte le persone fortunate e felici, ha avuto la possibilità di inciampare
nelle cose semplici e in tutto il loro valore. A suggellare la presentazione,
la bella poesia scritta e recitata da Fabrizio Lana. I suoi versi compaiono in
calce al volume e ben ritraggono, specchio segreto e un po’ sfacciato, il volto
e l’anima di Gioànn. Così, tra cultura, tradizione e sorrisi, il passato, il
presente e il futuro guardano assieme le stelle dell’Oltrepò. E non hanno paura
a dire che, in fondo, la vita è bella.
.
mercoledì 4 settembre 2013
Assentarsi per una manciata di minuti
Assentarsi.
Andare, anche per un poco, altrove. Ma non in un “altrove” qualunque. Deve
essere buono e bello. Bello da vedere, buono da gustare con gli occhi e con
l’anima. Spesso i viaggi più belli si fanno stando fermi. Magari davanti alle
parole che raccontano una storia fatta di eventi fantastici, ma quotidiani,
ricchi di tutto, ma degni di gente semplice, all’apparenza lontani eppure così
vicini alla vita da inciampare in essi. Questa bella raccolta di racconti
permette proprio questo, di assentarsi per essere presenti. Lascia che il
lettore si fermi e ascolti, anche per pochi istanti, preziose briciole di vita,
una storia. E che condivida un brindisi speciale fatto con un “bicchiere di
ricordi”. Perché, a volte, anche se le cose cambiano, gli uomini hanno sempre
due grandi tasche in cui mettere e tenere tutto ciò che hanno incontrato. E
l’ultima goccia è bevuta alla speranza del Futuro. Anche il Tempo gioca un
ruolo fondamentale in queste pagine. Quasi un personaggio silenzioso ed
eloquente, fa parlare quella Storia che passa anche per le case dei semplici e
che si bagna i piedi nei nostri torrenti. Essi non sono un confine, ma lo
scorrere di una narrazione capace di passeggiare nel futuro, su altri pianeti.
Oppure, a sorpresa, la Storia si posa sulle labbra di una regina che è anche e
soprattutto donna. Perché certe vite sono belle da raccontare, specialmente in
determinati, piccoli, pregiati momenti tra preghiere, musica e numeri. In
questo libro le sorprese narrative non sono offerte dalla tensione, ma dall’angolo
da cui certe cose sono viste. Ed ecco che anche il “gelido” ha un calore tutto
suo. È solo diverso. Non vuol dire che sia sbagliato. E per certi aspetti è
proprio così. È come quando si vede un’altra alba “dalla cabina di un camion”.
La prosa è pulita, scorrevole, invitante. Come i pensieri che giocano coi
ricordi.
Autore di questo interessantissimo volume è Claudio Montini. Nato a Pavia, ha conseguito la maturità scientifica. Oltre a questa raccolta, ha pubblicato “Briciole di sogni nello sguardo” e “Ultima missione: sopravvivere!” presto in questa rubrica.
lunedì 1 luglio 2013
Presentata la spada di Francesco I
La spada è sempre stata l’arma per
antonomasia. Brandita da soldati e da re, è ricca di simboli, di tradizioni e
di potere. A cominciare dal potere di vita o di morte. Se poi a sguainarla è
Francesco I, re dei Francesi, magari durante la Battaglia di Pavia del 1525,
allora la lama si colora di particolarissimi significati che gettano le basi
delle nostre tradizioni. Ciò non poteva certo sfuggire al “Sodalizio della
Zuppa alla Pavese e dell’Alborella”, associazione nata proprio sull’eco storica
e culturale di questo avvenimento. I Cavalieri del “Sodalizio” infatti, durante
la loro ultima riunione, hanno presentato la “Spada di Francesco”. Si tratta di
un modello, battuto da sapienti artigiani
appositamente per l’occasione, che replica
la spada che i cavalieri usavano in battaglia tra la fine del XV e il primo quarto del XVI secolo. Inutile dire che questo oggetto racchiude e
racconta non solo una fetta importantissima di storia, ma anche e soprattutto
un momento di vita particolarmente intenso e avvincente. È proprio con una
spada simile a questa che Francesco I, nella fase iniziale della battaglia di
Pavia, abbatte con un gran fendente Ferrante Castriota, marchese di Civita
Sant' Angelo, comandante della cavalleria leggera imperiale, aprendogli una
profonda ferita che, partendo dalla scapola, termina addirittura allo stomaco.
Questa scena, caratterizzata da un’epica violenza, è raffigurata su uno degli
Arazzi fiamminghi della Battaglia di Pavia conservati nel Museo di Capodimonte
a Napoli. E sembra proprio di vederlo, il “Re de li Francesi”, che avanza
impetuoso e volece, seminando sangue nell’esercito nemico. Lui, già di per sé
alto circa un metro e ottanta, di corportatura robusta, lanciato in sella al
suo destriero, ha senza dubbio infuso un profondo e agghiacciante timore in chi
tentava inutilmente di fermarlo. Tra le grida e i mille rumori della battaglia
però, improvvisamente si ode anche un colpo di archibugio che colpisce e uccide
il suo cavallo. L’animale muore e crolla a terra schiacciando e imprigionando
la gamba sinistra del re. Subito i fanti nemici gli si avventano addosso con
l’intenzione di ucciderlo, ma egli continua a brandire la spada e riesce, pur
in quelle condizioni, a difendersi. Poi alcuni ufficiali spagnoli lo
riconoscono, fermano i soldati e lo fanno prigioniero. Ormai catturato,
Francesco si arrende ufficialmente consegnando la spada al comandante
dell'esercito ispano-imperiale, Charles de Lannoy, Vicerè di Napoli. Nel
riceverla, il capo dei nemici si inchina, segno di rispetto davanti al
coraggio, alla forza, alla Storia.
Il modello
conservato dai “Cavalieri della Zuppa Alla Pavese” è appunto depositario di
questi valori
e per questo è
usato nella parte più importante del cerimoniale di intronizzazione dei nuovi
cavalieri. Solo quando il Gran Maestro Gigi Rognoni ha toccato tre volte con la
spada l’aspirante membro, quest’ ultimo diviene a tutti gli effetti “Cavaliere
del Sodalizio”. La sagoma e le misure della spada sono state portate alle mani
degli artigiani dal professor Luigi Casali, affermato storico che, in base a
ricerche approfondite, ha potuto fornire le esatte fattezze di ogni singola
parte dell’ arma. Ci piace pensare che, Appena dopo la Battaglia di Pavia,
quando Francesco I si trova nella cascina Repentita, davanti a una tazza di
Zuppa alla Pavese preparata da una semplice contadina, la sua spada fosse là
con lui. Magari appoggiata alla base di un muro scrostato e povero, con la
punta sul pavimento. Quasi un silenzioso e dignitoso addio al suo unico
padrone, al suo unico re.
Da Il Punto, 1 luglio 2013
giovedì 20 giugno 2013
mercoledì 22 maggio 2013
sabato 27 aprile 2013
Comune di Lomello
VENERDI' 3 MAGGIO 2013
alle ore 21
Un uomo chiamato Gioànn ... aneddoti breriani
Incontro con l'autore
Lino Veneroni
Maurizio Ravazzani, presidente A.N.I.O.C. Pavia
presenta i relatori:
Giuseppe Piovera Sindaco di Lomello
Massimo Granata assessore alla Cultura
Gianfranco Magenta Scrittore storico lomellino
Andrea Borghi Giornalista e critico letterario
Paolo Calvi Giornalista
Fabrizio Lana Poeta dei sentimenti
Gigi Rognoni Presidente Circolo Culturale La Barcèla
Lino Veneroni L'autore
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